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Un passo alla volta, insieme.
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Home » News » Compassione e buddhismo: creare un mondo più gentile
Il valore etico più identitario della dottrina buddhista è la compassione. Oltre ad essere un sentimento, la compassione è un’attitudine alla gentilezza, la realizzazione di uno stato mentale predisposto ad accogliere.
Nell’ottica buddhista ha origine dalla prima nobile Verità, che è stata il motore della ricerca interiore intrapresa da Siddharta Gautama per liberare l’umanità: la verità della sofferenza.
Dopo aver raggiunto l’Illuminazione Siddharta, divenuto noto come il “Buddha”, ha indicato il percorso per far emergere quella saggezza che supera il dolore e che si ottiene rispettando le linee guida dell’Ottuplice Sentiero.
La compassione è una delle virtù che è possibile coltivare seguendo gli insegnamenti del Dharma. Nasce dalla consapevolezza della natura impermanente dei fenomeni; apre le porte al cuore, accoglie, non giudica, ricongiunge all’unità.
Pur muovendo da una spinta individuale, la compassione non si realizza soltanto nella cura di sé ma si manifesta nella relazione con l’ambiente e con gli altri, nel segno del rispetto e dell’aiuto.
La compassione è Dharma in azione. È intervenire laddove c’è bisogno nelle modalità più opportune e secondo le proprie possibilità.
Nei confronti della collettività, per l’Unione Buddhista Italiana, vuol dire anche sostenere progetti per le emergenze umanitarie, grazie ai fondi dell’8xmille che l’UBI riceve dal 2017.
In questo articolo esploreremo insieme il significato della compassione e come poterla esercitare nella vita di tutti i giorni.
La parola proviene dal greco συμπαθεια (sym patheia), “simpatia”, cioè condividere il pathos, le emozioni altrui.
I significati attribuiti a questo termine, nel corso del tempo e ancora oggi, posseggono valenze sia positive che negative. Per Schopenhauer, ad esempio, la compassione è una delle strade che porta alla liberazione dal dolore universale dell’uomo che è prigioniero del principio di causa-effetto e della cieca, irrazionale, unica ed eterna “volontà di vivere”.
Secondo Kant, invece, la compassione non può rientrare nel concetto di moralità, contraddistinto dal carattere di obbligatorietà, perché è frutto di un sentire impulsivo, incostante, debole, che impedisce la “retta valutazione”.
Anche Nietzsche nutre avversione nel provare empatia verso il disagio altrui in quanto atto emotivo che “va contro le leggi naturali dello sviluppo: (…) affretta la decadenza, distrugge la specie, nega la vita” (Frammenti postumi 1887-1888, n.11). Dal punto di vista spirituale, stando al solo esempio del Cristianesimo, la compassione è una caratteristica essenziale della misericordia di Dio, che si riflette nella parola e nell’agire di Gesù Cristo: “Beati quelli che hanno compassione degli altri: Dio avrà compassione di loro” (Mt 5,7).
Nel linguaggio comune l’idea di compassione, inevitabilmente mutuata dalle differenti accezioni filosofiche e religiose, conserva un significato sostanzialmente positivo in quanto orientata al Bene, ma può essere interpretata in maniera negativa, come indice di distacco o persino di giudizio, se l’espressione, verbalizzata o anche solo pensata dal soggetto, non è accompagnata da un moto affettivo di autentica partecipazione, venendo dunque a mancare la retta intenzione che è l’humus da cui nasce il desiderio di liberare l’altro dalla sofferenza e la propensione ad alleviare le sue afflizioni.
Nel buddhismo, la compassione è la volontà di emancipare gli esseri senzienti dal dolore; dolore che si palesa alla nascita, nella malattia, nella privazione e nella morte, e che il Buddha ha scelto di sfidare utilizzando la propria esistenza per testimoniare la possibilità del Risveglio e del superamento degli stati afflittivi.
L’intuizione che si presentò nella mente del Buddha durante l’Illuminazione fu che l’origine della sofferenza dipendesse dall’attaccamento e da una visione non corretta della realtà: per emanciparsi da questi condizionamenti, bisogna ricorrere a parole, azioni, abitudini, sforzi, presenza mentale, concentrazione, visione e intenzione di retta natura. Ovvero, seguire l’Ottuplice Sentiero.
La scoperta dell’inconsistenza di un Sé separato e della vacuità dei fenomeni apre il varco verso la compassione: tutto è interrelato, tutto è Uno, tutto ci riguarda.
La tua sofferenza non può non riguardare anche a me.
Da questa base teorica la compassione sorge e si evolve attraverso la pratica buddhista – la meditazione e lo studio – che alimenta la pace interiore e la saggezza, qualità di supporto fondamentali per la sua crescita e la stabilità.
Il buddhismo ha una visione della compassione immanente, che si annovera tra le potenzialità virtuose dell’essere umano, non è dogmatica e non ha radici nella trascendenza.

La compassione si esercita nel buddhismo attraverso la presenza non soltanto “fisica” ma anzi, ancor di più, con quella mentale, ancorata al qui ed ora, attenta, sensibile ed equanime, orientata a lenire la sofferenza.
In virtù del principio di interdipendenza la compassione prende forma anche nell’aiuto reciproco, nella collaborazione, nell’impegno, nel senso di responsabilità che deriva dal sentirsi parte di una comunità. Tuttavia, la vera compassione si eleva nella capacità del dare senza alcuna aspettativa di riconoscimento.
Premessa essenziale è comunque coltivare in parallelo, o ancor prima, un atteggiamento compassionevole, di cura verso sé stessi, verso le proprie fragilità, i propri limiti, la propria confusione, le zone d’ombra e le sollecitazioni dell’ego.
Esercitare la compassione nella vita quotidiana significa porsi in modo gentile con il mondo che ci circonda, essere rispettosi e accoglienti, generosi, regalando anche soltanto un sorriso consapevole a chi ci capita di incontrare sul nostro cammino.
Partendo da tali premesse, originate da un’etica plurisecolare, l’Unione Buddhista Italiana nella sua veste di ente religioso al servizio della società, grazie ai fondi dell’8xmille, sostiene numerose iniziative fondate sul valore della compassione, con progetti umanitari per i profughi che fuggono dalle guerre e dalle carestie, a favore delle emergenze sanitarie (ad esempio in Italia nel periodo pandemico) ma anche per supportare le comunità colpite da catastrofi naturali e da crisi economico-umanitarie nei Paesi dove il buddhismo ha le sue origini e non soltanto lì.
Se mettere in atto la compassione significa anche tutelare gli esseri umani più vulnerabili, nonché le specie in via di estinzione ed i loro habitat, molta cura è stata dedicata al disagio sociale, ad esempio con i percorsi di consapevolezza nelle carceri, dove si fa conoscere e sperimentare il Dharma (e dunque la compassione), come pure si è prestata notevole attenzione alla crisi ecologica, con iniziative volte alla protezione della flora e della fauna marina e terrestre.
Tutte azioni, queste, mirate a creare le condizioni per poter vivere e consegnare alle future generazioni un mondo consapevole e autenticamente più gentile.
La compassione è al cuore dei progetti finanziati con i fondi 8xmille UBI: nei progetti umanitari in caso di guerre, catastrofi naturali, fine vita, cure palliative, supporto all'istruzione e all'educazione per i bambini più svantaggiati.
Nel buddhismo la compassione è la capacità di riconoscere la sofferenza negli altri e di desiderare sinceramente che possa diminuire. Non è pietà, ma un atteggiamento attivo che nasce dall’ascolto e dal rispetto. È empatia: si coltiva con la meditazione, lo studio degli insegnamenti del Buddha e l’attenzione alle conseguenze delle proprie azioni. Nel tempo questa attitudine porta a chiedersi, in ogni situazione concreta: «Che cosa posso fare, alla mia portata, per alleviare la sofferenza che vedo?».
La compassione prende forma nei progetti che l’Unione Buddhista Italiana sostiene con i fondi 8xmille. Si tratta, ad esempio, di interventi a favore di persone colpite da guerre o disastri naturali, di percorsi di cura per chi vive in condizioni di grave povertà o malattia, di iniziative dedicate ai detenuti o a chi non ha una casa. Rientrano in questa prospettiva anche i progetti per la tutela degli animali e dell’ambiente, perché nella visione buddhista la sofferenza riguarda tutti gli esseri viventi e gli ecosistemi in cui vivono.
Coltivare la compassione non è solo un aiuto per gli altri, ma trasforma anche chi la pratica. Imparare a guardare gli esseri viventi con gentilezza e rispetto riduce i sentimenti di ostilità e di separazione e favorisce relazioni più serene. Nel tempo questo atteggiamento rende la mente più stabile e aperta, perché abitua a riconoscere l’interdipendenza tra la propria vita e quella degli altri. Nella tradizione buddhista si considera la compassione una vera e propria via per sviluppare una forma di felicità più profonda e duratura.
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